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Cervelli in fuga – dall’Italia verso l’estero

La pandemia non ha arrestato l’emorragia di lavoratori e ricercatori dall’Italia verso l’estero. La bilancia di studiosi che rimangono infatti in Italia e quelli che partono è ferma a zero. Il BelPaese forma quindi professionisti e li regala ai concorrenti partner europei. Lasciando qui studenti e pensionati.

Ce lo descrive una recente ricerca dello European research council (Erc), ente continentale che, tra l’altro, ha fornito lo scorso anno 10mila borse assegnate ad altrettanti ricercatori europei. Per avere maggiori info basta leggere QUI. Nel dettaglio 498 ricercatori italiani hanno scelto di proseguire il proprio lavoro altrove. Quelli che hanno scelto di rimanere in Italia sono pochi di più: 534, con l’aggiunta di 64 colleghi stranieri che hanno chiesto ospitalità in Italia. Il rapporto è molto più basso negli altri Paesi europei. Siamo infatti solo quarti in Ue per borse di studio e sesti per progetti sviluppati sul territorio nazionale. Il motivo? La fuga dei cervelli.

I dati dell’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) non sembrano lasciare dubbi anche per i semplici lavoratori. Un italiano su dieci risiede all’estero: 5.4806.081 i nostri compatrioti fuori confine, ovvero il 9,1% dei 60,2 milioni di italiani in patria. Nel dettaglio si registra una media di 200.000 emigrazioni l’anno. E se vi sembrano pochi, basta pensare a l’equivalente di una città come Parma che si sposta a lavorare in Europa o nel Mondo. A volte in modo permanente.

Gli ultimi dati disponibili evidenziano che è un fenomeno che colpisce prevalentemente il Meridione, seguendo in modo drammatico una tendenza storica. Nel 2019 l’esodo maggiore riguarda Sicilia (35.409 persone in meno), Campania (29.685) e Puglia (22.727). Le uniche due regioni che non hanno perso abitanti sono la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Uomini e donne se ne vanno quasi nella stessa misura: 51,9% i primi, 48,1% le donne. Anche riguardo le fasce d’età la fuga è distribuita in modo abbastanza uniforme: 15% minori, 22,3% tra i 18 e i 34 anni, 23,4% tra i 35 e i 49 anni, 19,1% tra i 50 e i 60, 20,3% oltre i 65 anni. Fuggono proprio tutti.

I motivi, sempre gli stessi: mancanze di sicurezze economiche, l’aumento delle spese, i vantaggi di reddito negli stipendi esteri. Oltre l’endemico problema della criminalità organizzata e mancanza del rispetto delle norme sulla sicurezza (ne avevamo già parlato QUI. Non stupisca allora che anche per i lavori più umili comincino a scarseggiare le risorse, come evidenziato da ristoratori e stabilimenti balneari in questi giorni di riapertura.

Non è un paese per giovani è uno slogan magari abusato, ma perfetto per descrivere l’attuale situazione. A ragione Mario Draghi ha puntato moltissimo sul tema nella stesura del Piano nazionale ripresa e resilienza. I giovani devono essere inseriti nei processi produttivi e non dispersi. Pena la scomparsa di ogni prospettiva per l’Italia.

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